
ll coraggio di chi comunica per diventare (non per piacere).
Sto ascoltando Surfer’s Rule (The Beach Boys) e quel “maledetto” jingle mi prende allo stomaco strappandomi un sorriso (“senza chiedere permesso”).
Dannati surfisti. Avevano capito tutto.
Non stavano imitando nessuno.
Stavano diventando qualcosa.
Linguaggio, stile, ritmo… icona.
Solo loro potevano pensare di sfidare “muri d’acqua” con "tavole di legno" legate sul cassone di uno Chevrolet 3100, guardare una forza enorme, ostile, imprevedibile e dire: “Ok, dai… Non deve essere male”.
Proviamo a capirla. Poi ad “usarla”.
Giocavano, sì… ma volevano vincere.
Non contro la natura ma “con la natura”: capire una forza fino a renderla avvicinabile!
Abbastanza da salirci sopra.
Abbastanza da lasciarsi portare a riva senza uscirne distrutti.
Dai cavalloni (fronte spiaggia)… ai canaloni (sotto i ponti).
Asfalto invece che sale.
La mente corre veloce ed i pensieri, le sensazioni sono ormai tantissime, dissolte nel mood dell’epoca… un’immagine resta impressa nella mia mente, mentre ascolto Surfer’s Rule…
La Ford Deluxe Convertible che ti insegna cosa significa “asfaltare l’ultimo miglio” nella Thunder Road Race: zero spiegazioni, nessun dubbio… contava solo “lasciare segni”, la polvere dietro di te, gomme sull’asfalto.
Un prima ed un dopo. Null’altro.
Esprimere il potenziale e concentrarlo tutto in un istante.
Lasciare il segno: essere (qualcosa o qualcuno/a)… e farne parte, fino all’essenza.
Forze che si oppongono, si “stressano”, si piegano e, quando le attraversi davvero, ti trasformano.
Lo scapigliato che diventa surfer.
Il pettinato che guida i “fulmini alla brillantina”.
Non per posa ma per scelta.
C’è chi nasce per scrivere la storia e chi, invece, per raccontarla.
Parlami di onde, ascolta le vibrazioni: dimmi chi sei quando scegli da che parte stare.
E come ti senti quando sei nel blu profondo del mare: senti l’acqua fredda e la sensazione di vuoto o ti guardi intorno e temi ancora, spuntar fuori dall’acqua scura, le fauci dello squalo?
E quel pettine “a denti stretti” che tieni nella tasca sul retro dei tuoi blue-jeans… ne hai sempre uno “di riserva” nella tasca interna “del chiodo”?
E che fine hanno fatto Danny e Sandy? si sono sposati? Oppure si sono persi nella “faccia opposta della loro stessa medaglia”?
Perché vedi… mentre in Surfer’s Rule troviamo tutto l’orgoglio di appartenere ad una tribù, quel “noi” che identifica il senso di appartenenza rispetto al resto del mondo, quella consapevolezza che non tutti possono capire, in “Fulmini alla brillantina” troviamo il “festival delle maschere” e dell’incoerenza dove, di “grigio” c’è solo l’asfalto: o sei dentro o sei fuori.
“Chi devi diventare per essere accettato?
E quanto sei disposto/a a cambiare per appartenere?”
Guardando e ascoltando la comunicazione di oggi, mi capita (spesso) di pensare all’identità come una “performance sociale che se non la governi tu, lo farà il contesto al posto tuo”.
“Ci s’innamora quando ci si trasforma, non quando si resta fedeli a sé stessi.
Quanto di me, allora, posso tenere senza perdere il mio posto nel mondo?”
Vero o falso? Giusto o sbagliato? Tanto o poco? Bianco o nero?
Sale o “brillantina”, tra i capelli?
“La pressione del contesto e del gruppo, il bisogno di riconoscimento, il conflitto tra essere e apparire, la trasformazione come prezzo dell’inclusione”.
Tribù contro sistema.
L’identità che precede il consenso o l’identità “negoziata”.
Entrambe parlano di elaborazione dell’identità, solo che una la vive come conquista, l’altra come compromesso. L’utopia che si scontra con “la messa in scena della realtà”.
L’identità non è mai neutra e, ti dirò, è in tensione costante:
- appartenere ha sempre “un costo”;
- ogni epoca (ri) chiede una trasformazione.
Sto cambiando per diventare o per farmi accettare?
Inseguo il mercato o lo interpreto? Se non mi adeguo… rischio di sparire?
Sto raccontando un’evoluzione REALE o sto costruendo una “maschera vendibile”?
La comunicazione come atto di verità: ti capita di dire ai tuoi Clienti anche cose che non vorrebbero sentire, sapendo che “senza verità non c’è posizionamento”? Oppure “esegui brillantemente e basta” (lasciando l’Azienda “vuota” e l’impresa priva di senso)?
Cambiare per diventare richiede identità, tempo e coraggio.
Cambiare per farsi accettare richiede solo paura e velocità.
La prima strada costruisce Aziende (e persone) che esistono e resistono.
La seconda produce Brand, Aziende che funzionano… finché non passa la moda.
Questione di “variabili” e di priorità.
Ecco cosa ho imparato sul campo:
Usa tutto quello che hai. Sempre.
Per provocare una reazione o per ottenere un ritorno.
Non risparmiarti.
Prima di comunicare, non chiederti come.
Chiediti “perché?” e, subito dopo, “per chi?”.
Entra in Azienda come se fosse tua. Con rispetto.
Parti dalle piccole cose: lì si vede la verità.
Prima delle parole, usa gli occhi e le mani.
Tocca il prodotto (o il servizio).
Guarda il business in faccia. Osserva senza interpretare.
Poi parla.
Il brief è solo la versione educata della realtà.
Se vuoi capire davvero, sporcati le mani.
Vai sul campo. Ascolta e osserva le persone.
Ogni fase del business ha bisogno di un volto, un’immagine, una frase, anche solo un modo di dire.
Le associazioni visive e le parole giuste servono per entrare nel profondo dell’Azienda.
E nella testa di chi decide.
Un brand, prima di essere un segno o una parola, è una promessa.
Qualunque forma sceglierai, andrà bene.
Ma rispettala. Sempre.
Motiva ogni tua scelta. Sempre.
E ricorda: il tuo modo di parlare è già uno slang.
Ascoltalo.
La comunicazione in “bianco e nero” funziona anche “a colori” (non viceversa).
Le sfumature cambiano, non sono mai uguali.
Le tinte piatte (piene) invece sono chiare e stabili… sono definite e riconoscibili anche quando il contesto cambia. Come le persone.
Lascia che la vita “ti tocchi”: creare significa esporsi, rischiare il “ridicolo”, sbagliare versione dopo versione, elaborare e rielaborare, fare “tuning” a ciò che sei, non solo a ciò che mostri.
Fai da eco alla tua voce interiore.
Lungo il tuo cammino, assicurati di non lasciare “rovine” dietro di te.
Ma se proprio dovesse capitare, assicurati che le persone rimaste, dopo di te, sappiano raccogliere quelle pietre in terra per farne qualcosa di più stabile e duraturo.
Oggi dimentichiamo troppo spesso che non basta desiderare: desiderare è facile mentre creare è scomodo. E oggi, più che mai, il mercato riconosce “chi diventa” e smaschera “chi si traveste”.
Poi ci siamo noi, con una tavola sotto al braccio o una giacca di pelle addosso, a decidere che tipo di segno vogliamo lasciare (e che tipo di sogno vogliamo vivere)… però smettiamola di confondere l’olio con la “brillantina” o le ante dell’armadio di casa con delle tavole da surf: “GRANDE GIOVE”, siamo persone adulte, ormai! Or not?
